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La testimonianza dell'infermiera Gabriella Sorrentino in un reparto Covid



Quando abbiamo contattato Gabriella Sorrentino, infermiera sangiovannese che lavora a Milano da qualche anno, per chiederle una testimonianza sul suo lavoro in questo momento di emergenza, ci ha tenuto subito a sottolineare “sto facendo solo il mio dovere!”.

La ringraziamo per la disponibilità e il tempo che ci ha dedicato ma soprattutto per la dedizione con cui svolge il proprio lavoro così come tanti infermieri e medici che si spendono in questo periodo così delicato per la tutela della salute delle persone, mettendo al servizio degli altri non solo la propria professionalità ma quel sentimento di umanità ed empatia, al di là della prassi, che lascia una traccia indelebile nella vita dei pazienti e di coloro che vivono loro accanto. 

È questo quello di cui tutti, oggi più che mai, abbiamo bisogno: rispetto del senso del dovere e solidarietà umana.

In quale zona ti trovi e in quale ospedale e reparto lavori?

Vivo a Buccinasco e lavoro in un ospedale della provincia di Milano. Prima della pandemia eravamo un reparto con due grandi specialità: Neurologia e Pneumologia, con relative subintensive. Da tre settimane siamo diventati Pneumologia subintensiva Covid.

Come vive un infermiere questo periodo così delicato di emergenza?

Tra alti e bassi. Penso sia il senso del dovere e responsabilità a farci continuare. Sappiamo già che non avremo alcun tipo di premio ma mentre il mondo si è fermato per una pandemia noi non possiamo fare altro che fare il nostro lavoro, assistere i malati e dare il meglio per loro.

Quali sono le vostre condizioni di lavoro?

Teoricamente gli orari di lavoro non sono cambiati se non fosse per il fatto che dobbiamo arrivare almeno 30 minuti prima per la vestizione e che andiamo via anche un'ora dopo la fine del turno, per la svestizione. Spesso ci viene chiesto di saltare i riposi o di fare doppia notte per coprire i turni. Ormai viviamo alla giornata, non abbiamo più una turnistica. Se la coordinatrice sa che nel prossimo turno arrivano tanti malati per cercare di potenziare il personale chiama poco prima dell'inizio del turno. Lei stessa non riposa da settimane, sempre presente in reparto dalla mattina alla sera. Gli straordinari non sono contemplati nel mio ospedale, se rientro nei giorni di riposo vengo pagata come lavoro ordinario.

Paure?

La paura più grande è quella di infettare i miei genitori che vivono con me. Da quando abbiamo aperto il reparto, a casa mi sono isolata, mangio da sola e pulisco con acqua e candeggina dopo essere andata in bagno. Se mi capita di passare nella stessa stanza in cui sono loro indosso la mascherina e mantengo le distanze. Quando torno in ospedale passa la paura: non si può stare lontano da questi malati, ognuno di loro può peggiorare in un attimo. E per loro siamo fondamentali, oltre a noi non vedono nessun altro. Anche solo per aprire una bottiglia d'acqua perché non hanno forze, o per mettere a caricare un telefono. Pensi "ma tra tutte le cose che devo fare anche il caricabatterie devo cercare?" E la risposta è sempre sì perché senza di noi non possono fare nulla!

Quali le maggiori difficoltà?

I turni sono molto pesanti, siamo bardati dalla testa ai piedi, fa caldo, non si beve, non si mangia e non ci si ferma per andare in bagno. Cambia la percezione del tempo, si fanno mille cose eppure il tempo sembra non passare mai. Le pause non si possono fare anche perché i dispositivi individuali di protezione sono contati per ogni turno, quindi la mascherina che indossiamo ad inizio turno va tenuta fino alla fine (ecco perché abbiamo tutti il naso segnato). La notte è il turno più lungo e riusciamo a fare una piccola pausa. I pazienti poi sono complicati e non possono essere lasciati da soli per troppo tempo, sono quasi tutti in ventilazione non invasiva ed hanno continuo bisogno. Anche loro hanno il volto segnato dalla maschera, spesso non vengono staccati per giorni.

Quali le precauzioni che dovete prendere per evitare il più possibile rischi?

Indossiamo i dispositivi di protezione individuale: doppio paio di guanti, camice, calzari, mascherina, cuffia e visiera. Entrati lì dentro non possiamo più toccarci il viso o il collo per non contaminarci. Disinfettiamo in continuazione tutti i dispositivi che utilizziamo e il piano di lavoro. Alla fine di tutto… doccia e shampoo!

Si è verificato qualche episodio particolare che vorresti raccontare?

La prima cosa che mi ha toccato a livello emotivo è stato l'arrivo del primo paziente; alcuni colleghi si sono vestiti e insieme a loro la nostra coordinatrice, come per dire “non vi lascio soli”. Ci siamo emozionati un po' tutti. E un altro episodio toccante è stata una videochiamata fatta con il cellulare di un dottore alla figlia (tra l'altro incinta) di un paziente che ce l'ha fatta e che era stato intubato e sedato per due settimane, dopo di che ha tenuto un casco per essere comunque supportato a livello respiratorio. Questo paziente non aveva il cellulare e non parlava con i suoi parenti da quasi un mese. Sono piccole cose che ti danno una spinta in più per dare sempre il meglio e per non arrenderti.

Cosa ti resterà più impresso di questo periodo?

I sorrisi dei pazienti, le persone dimesse al domicilio, le pizze e le torte offerte a fine turno, i ringraziamenti continui... E le borse piene di vestiti delle persone che non ce l'hanno fatta. Sono tutte lì, in attesa di essere smaltite, purtroppo.

Enza De Martino

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